
Di Pier Paolo Pasolini.
Questo è il terzo episodio del film "Capriccio all'italiana" scritto e diretto da Pasolini nel 1967.
Naturalmente non è una registrazione audio del film in questione, ma una versione radiofonica curata e diretta da Marco Parodi che non stravolge l'originale immagine del poeta ma bensì ne accresce e sottolinea il gioco teatrale.
La storia narra di una compagnia di attori-marionette che mette in scena una versione farsesca della tragedia
Shakespeariana Otello; il pubblico popolare che presenzia alla rappresentazione non approva la conclusione
della storia che prevede, l'assassinio di Desdemona da parte di Otello.
Gli spettatori, saliti sul palco, uccidono Jago e Otello portando in trionfo Desdemona e Cassio.
Straordinaria l'ultima scena del film, in cui Jago-Totò e Otello-Ninetto Davoli vengono scaraventati
nel camion della spazzatura e quindi nella discarica. Sepolti dai rifiuti, intravedono sopra di loro il cielo
azzurro disseminato di nuvole bianche."Iiiiiih che sò quelle?" chiede Otello. "Sono le nuvole" risponde Jago. "E chè sò e nuvole?" "Quanto sò belle...quanto sò belle e nuvole"replica Otello.
A ravvivare questa edizione radiofonica: Pino Micol, Davide Garbolino, Elena Pau, Antonio Ballerio,
Riccardo Peroni, Massimo Loreto diretti magistralmente da Marco Parodi.
Ho trovato intrigante questa nota di regia che vi ricopio integralmente:
La vicenda avanza atto per atto sin quando il pubblico, ignaro del modello originale inglese, preso da un eccessiva immedesimazione, decide di salire sul palco giustiziando Jago e Otello, e salvando la candida Desdemona. La furia della gente non è però improvvisa, è solo nel finale che esplode, dopo aver introiettato l’inviolabile malvagità di Jago e l’intollerabile ingenuità del moro. Il neonato Otello, in quanto cosciente di sé, apprende una realtà differente da quella che conosce: Jago, la marionetta, gentile con lui come tutte le altre in teatro, si è adesso dimostrato perfido sulla scena, una temibile macchina di trame malefiche con fini ancora più esecrabili. Perché, si chiede il giovane Otello nel retroscena, anche io mi faccio così schifo, perché dobbiamo essere così diversi da come ci crediamo? Non sarà Jago a rispondere, non il personaggio scespiriano né la marionetta che vi sta dietro: è il poeta/ Jago, che sussurra una dolorosa e magica verità: “Eh…figlio mio. Noi siamo in un sogno dentro un sogno”.
Gli atti si susseguono somiglianti più ad uno spettacolo di pupi che ai classici elisabettiani, la trama si consuma fra i ghigni di Jago in confidenza con Roderigo e col pubblico, che lo sopporta sempre meno, annunciando ogni mossa: al momento propizio avvicinerà Otello. Ed è qui che rimane intatto il fulcro dell’opera di Shakespeare: il conflitto tra la razionalità filosofica di Jago, fatta di subordinate e conclusioni che si accodano a supposizioni in definitiva oneste e logiche, ma che partono da basi del tutto inventate e ipocrite, e l’istintività di Otello, il suo agire senza riflessione e l’incapacità di opporsi alle tremende teorie che Jago suggerisce: egli infatti bada bene a non farsi testimone del tradimento di Desdemona, ma si limita a suggerire e mettere insieme fatti che, nella mente di Otello, si palesano per certezza.
Ma la tragedia scespiriana non si sviluppa sino al termine, e non perché interpretata da clown, ma è il pubblico stesso che la censura. Incolto ma coinvolto più degli attori: forse solo Otello è sconvolto dal proprio ruolo, così come lo è il pubblico che non distingue fra realtà e finzione. Jago è vecchio e saggio e conosce il divario, ma è inerme di fronte ad un’imposizione che ha del divino.
Quando il vortice della fine travolge il microcosmo delle marionette, decapitando i ruoli di Jago e Otello, un Caronte melodioso trasporta le salme in una discarica abusiva en plain air. Qui è una seconda rinascita per Jago e un nuovo capitolo per Otello: il contatto con un mondo esterno misero e sporco che, secondo come lo si osserva, sprigiona un fascino ed una bellezza sconfinati. Otello non trattiene la gioia, scoppia a ridere e chiede: “Che so’ quelle?”; Jago, che ha una conoscenza superficiale delle cose, risponde “Quelle…sono le nuvole”. Otello non nasconde la sua curiosità e insiste “E che so’ ste nuvole?”. Anche Jago, a faccia su, sopra un tappeto di immondizia, è incantato: “Mah…”. L’universo in cui “dovemo esse così diversi da come se credemo è lontano, il palco in cui recitare parti già scritte – il ripetersi nella Storia – è scomparso, resta una sensibilità verso confini più fuggevoli e incomprensibili che non il quotidiano agire umano.
Per ascoltare:
http://www.mediafire.com/?5pwjxnmzybs